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inscena sorvoli in teatro
rubrica di pennelibere a cura di Maryangy
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Il teatro come magia creativa di Maryangy. Tempo fa mi è capitato di assistere ad uno spettacolo di un laboratorio teatrale che mise in scena “La tempesta” di Shakespeare in una maniera abbastanza particolare. Come ben si sa “La tempesta” è l’ultimo approdo in teatro da parte del drammaturgo, per dirla con una metafora nautica. In molti hanno tentato di dare diversi significati allegorici a questa sua creazione,tuttavia sovente ci si dimentica di quanto sia difficoltoso e alquanto azzardato carpire la complessità di una mente come quella di uno scrittore o un drammaturgo. Credo non si possa nemmeno immaginare l’espressione interiore dell’artista in genere quando è all’apice della propria attività e poi quando la sorgente dove attinge la propria arte si prosciuga poco a poco. Ma dobbiamo pensare veramente che l’estro abbandonò il drammaturgo? In verità non possiamo conoscere la risposta, non si può presumere di capire un artista, possiamo solo stimarlo e ammirarlo, vedere come reagisce alla fama o all’insuccesso, come i suoi capolavori rimangano nella storia o cadano nell’oblio. Ebbene, come Prospero rinuncia alla magia così Shakespeare rinuncia al teatro; l’intreccio metaforico è ad effetto ma anche se fosse non serve a comprendere il suo vissuto emotivo. Può essere che egli abbia potuto esaurire l’inventiva come abbia voluto ritirarsi, magari perché la propria arte aveva fatto il suo corso e si accorse che non aveva più senso continuare. Queste sono solo plausibili supposizioni, lasciamo al mondo dell’arte la magia dell’essere artista; tra l’altro non è neanche molto gentile stare a sottolineare che la vena artistica di uno del suo calibro sia arrivata al capolinea (difatti lo stesso Shakespeare intende far capire il suo ritiro per via indiretta). Poniamola così: “La tempesta” viene scritta da Shakespeare dopo aver chiuso con le grandi tragedie. Tornando al laboratorio, il regista insieme agli attori non professionisti ha deciso di affrontare la recitazione dando ampio spazio all’improvvisazione: gli attori potevano così agevolare il loro arduo compito rendendo meno impegnativo un certo dialogo e mettendoci del loro. L’impianto tematico era impostato in modo personalizzato, con la vicenda trasposta in chiave comica in base ad un sentire particolare del regista che poteva non essere subito recepito dagli spettatori, ma che comunque produceva un effetto piacevole soprattutto grazie alle movenze bizzarre e sinuose degli “spiritelli”. L’isola dove approdano Prospero e dove avviene la tempesta che fa naufragare suo fratello simboleggia il teatro: l’isola luogo utopico è il teatro luogo fantastico. Il tutto viene considerevolmente ammorbidito dalla presenza degli “spiritelli” appunto, figure buffe aggiunte dal regista per alleggerire la storia, per smorzare i toni e spezzare i lunghi monologhi; questi esseri che animano l’isola danno un’impronta fiabesca e inquietante al tempo stesso ma sempre con quel accento comico unico. Egli ha voluto mettere in perenne contrapposizione la dimensione fantastica data dal teatro e quella reale. E’ come se la realtà facesse spavento a tal punto da doverla esorcizzare con mezzi comici, un modo per prendere alla leggera la vicenda, e parallelamente un modo per sdrammatizzare ciò che ci accade attorno. Sembra quasi che il regista abbia qualche conto in sospeso con la realtà, e se ne prenda gioco con questa messa in scena esprimendo il proprio rigetto nei confronti di un tempo ed uno spazio reali che spesso sono d’intralcio alla fantasia di ciascun uomo,e lo fa modellando il tutto per mezzo del proprio genio creativo. |
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