Arancia meccanica, di Anthony Burgess e Stanley Kubrick di piccolajo.
Su Arancia meccanica è stato detto forse tutto, il mio intento dunque non è quello di darne una nuova interpretazione ma, come suggerisce il titolo, di mettere a confronto il libro con il film. Cosa non affatto facile da fare in quanto le due opere si integrano e compenetrano, pur essendo stati fatti da Kubrick dei tagli e delle piccole modifiche rispetto al testo di Burgess. La trama la conosciamo un po’ tutti: il protagonista è il giovane Alex a capo di una banda di ragazzi dediti alla violenza in tutte le sue forme. Ad un certo punto però Alex, tradito dai suoi “soma” o “drughi”, si ritrova in prigione con l’accusa di omicidio. Qui, dopo essersi fatto amico il prete del carcere, viene a sapere di un trattamento speciale che può abbreviare la pena e, dopo solo due settimane, rimandarlo a casa: il “trattamento Ludovico”. Qui inizia la parte “lacrimevole” (come ammette lo stesso Alex) della storia poiché, per curare il giovane dalla violenza, i medici, per volontà dello Stato, lo sottopongono alla visione di filmati riguardanti stupri, omicidi e quant’altro; il tutto con il sottofondo sonoro di Beethoven, adorato da Alex. Lo scopo è quello di creare una sorta di nausea, di malessere fisico, per cui nel momento in cui si viene portati a compiere atti di violenza si è fisicamente impediti a realizzarli. Alex dunque è guarito! Ma al suo ritorno a casa trova una sgradita sorpresa, i suoi genitori hanno subaffittato la sua stanza ad uno studente; così solo e senza un posto dove andare Alex, dopo essere stato picchiato da barboni che in precedenza aveva picchiato lui stesso, incappa in due dei suoi vecchi “soma” diventati poliziotti. Anche da questi subisce violenza e alla fine si ritrova a chiedere ospitalità nella casa dello scrittore a cui, anni prima, aveva stuprato la moglie provocandone la morte. Qui viene accolto, ma usato dallo scrittore per scopi politici. Alex tenta il suicidio. Viene ricoverato in ospedale e… Beh il finale del film è diverso rispetto a quello del libro, ma andiamo con ordine. Partiamo da lui, il personaggio principale, Alex: è l’emblema della violenza, è la personificazione del male, è il personaggio più abietto e meschino che poteva uscire dalla penna di Burgess. Eppure il lettore è portato a seguirlo in tutte le sue vicende provando in alcuni casi simpatia e compassione e rimanendo ammirato dall’uso che fa del linguaggio. Forse proprio il linguaggio è una delle risposte al perché un personaggio di questo tipo è capace di suscitare sentimenti del genere: nelle sue parole, nel suo linguaggio in gran parte inventato non c’è violenza, non ci sono parolacce, ma si avverte la presenza di una certa cultura che forse porta a dissimulare la portata vera e propria della malvagità di Alex stesso. All’inizio, sia del libro che del film, ho provato disgusto per questa figura ma, da quando viene tradito dagli amici e messo in prigione, il mio atteggiamento nei suoi confronti è cambiato. In particolare durante tutta la parte che va dal trattamento Ludovico fino alla fine ho iniziato a provare compassione e pena e, ad esempio, a non ritenere giusto l’atteggiamento dei genitori di Alex che fingono di interessarsi al figlio ma che, anche quando vengono a sapere del tentato suicidio, mostrano un atteggiamento assolutamente superficiale. Mentre facevo questi pensieri mi è però nato un interrogativo: se avessi sentito di una storia del genere al telegiornale, avrei provato la stessa compassione? Quasi sicuramente no. Ed è dunque la potenza di questo personaggio e la capacità di renderlo sia nel libro che sul grande schermo ad indurmi a pensare ciò. Forse perché, come è stato detto anche da Burgess e da Kubrick, avviene una sorta di immedesimazione in lui? Forse perché è vero che in ognuno di noi è nascosta una parte malvagia e vederla in Alex ci rende consapevoli di ciò e dunque portati a giustificarlo? Non lo so, ma so che se un libro e un film sono in grado di suscitare questi interrogativi, allora lo scopo degli autori è stato grandemente raggiunto. Al di là delle differenze minime esistenti tra libro e film – come nell’episodio dell’uccisione dell’anziana signora che nel libro è una semplice vecchia che vive con i suoi gatti, mentre nel film è la proprietaria di una clinica di dimagrimento e amante dell’arte moderna – l’idea principale della fondamentale importanza della libertà di scegliere è resa perfettamente in entrambi. Si mostra la violenza per suscitare una reazione contro di essa; si mostra come il lavaggio del cervello, che venga fatto per rendere una persona “buona” o meno, è sempre una violenza sull’uomo che, come nel caso di Alex, diventa solo uno strumento nelle mani di altri (in questo caso dello Stato) poiché quando l’uomo non ha scelta cessa di essere uomo. Dunque l’essere buono non è più una scelta personale, ma imposta e così perde completamente il suo significato. L’unica differenza che mi sento di dover mettere in luce è quella riguardante l’episodio di violenza in casa dello scrittore, poiché trovo che sia stato omesso nel film un particolare di grande importanza ma non mi spiego il motivo. Quando Alex arriva a casa dell’uomo (che nel romanzo è l’alter-ego di Burgess stesso) trova il libro al quale stava lavorando intitolato “Arancia meccanica” e ne legge un pezzettino: Il tentativo di imporre all’uomo, una creatura capace di sviluppo e di dolcezza, capace alla fine di attingere il succo delle barbute labbra di Dio, di cercare d’imporre, dico, leggi e condizioni appropriate a una creazione meccanica, è contro questo che io alzo la mia penna-spada. Credo che in queste parole sia rivelato l’intento dell’autore e tutto il significato del titolo stesso: “arancia meccanica” è colui al quale viene tolto il diritto di scelta. Ritornando al finale diverso, la scelta di Kubrick è stata quella di optare per il finale più crudo: Burgess nella prima stesura del suo libro aveva fatto finire la storia di Alex con lui che, dopo il tentato suicidio, viene imboccato come un bambino dal primo ministro diventando così un alleato inconsapevole dello Stato, che pure lo aveva ridotto in quelle condizioni, proclamando alla fine “Ero proprio guarito”. Invece nella stesura successiva Burgess inserisce un altro capitolo, probabilmente sotto la spinta del suo editore, dove la vicenda si conclude con una sorta di nota di speranza: Alex esce di prigione e torna a casa; dei due “soma” uno si sposa e l’altro sparisce; alla fine Alex decide di diventare un adulto responsabile e di trovare moglie. Trovo che la scelta di Kubrick sia stata più che giusta per dare quella nota satirica e patetica al finale di una storia della quale non viene dato un vero e proprio giudizio, ma che più che altro serve a far riflettere. |